1989 ESERCITO – Protezione civile e non protezione militare

Protezione civile e non protezione militare

17.11.1989

Intervento in Gran Consiglio: opposizione a sussidi per rifugi pubblici per la Protezione Civile

Esattamente un anno, fa, nel mese di novembre, il mio primo intervento, qui in Gran Consiglio, riguardava la messa in votazione della Legge d’applicazione alla Legge federale sulla Protezione civile del 1962. In quell’intervento sottolineavo il fatto che la discussione sulla Legge era servita solo a mettere un po’ d’ordine e a pianificare tecnicamente la protezione civile in Ticino, con un’ulteriore investimento di 50 milioni. Non era servita invece a mettere in discussione l’utilità di questo tipo di protezione civile che, al di fuori del nome, è pur sempre essenzialmente a scopo militare.
La missione strategica della PC è caratterizzata dai seguenti obiettivi principali:
a) creare le premesse per la sopravvivenza della gran parte della popolazione civile del Paese, nel caso di un inevitabile coinvolgimento della Svizzera in un conflitto armato;
b) contribuire a far si che il nostro Paese non venga coinvolto in un conflitto armato grazie alla credibilità della sua preparazione (fattore di dissuasione quale contributo alla difesa integrata).
Questi sono i due principali obiettivi di una struttura paramilitare costosa e che serve in particolar modo a far sprecare materiali e energie e a dare l’illusione di sicurezza a tutti noi. Quanti, durante il disastro di Cernobyl, hanno pensato di entrare nei rifugi? o di portare all’interno di queste strutture i pesci, i funghi, l’insalata, le mucche ecc.? Quanti hanno pensato a come sarebbe la vita all’interno di un rifugio in caso di guerra atomica, batteriologica o chimica, che richiederebbe un periodo di permanenza al chiuso molto lungo?
Un rappresentante di un Comune del Malcantone mi diceva, a proposito del rifugio che erano obbligati a costruire, anche se contro voglia, che gli sembrava una costruzione molto inutile. Questa struttura dovrebbe servire a proteggere, 240 persone, che avrebbero a disposizione all’interno del rifugio uno spazio di un po’ meno di un metro quadrato a testa. Secondo gli esperti, questo problema è di facile soluzione perché basta far distendere un po’ di gente sui letti a castello perché gli altri si possano muovere, e ogni tanto si fa il cambio. Tutto questo stando chiusi dentro un parallelepipedo di cemento armato con il sistema di aerazione che deve essere azionato a mano, e senza sapere cosa è successo fuori e come stanno gli altri parenti o amici.
Non faccio questa descrizione perché voglio dei rifugi più belli o più grandi, ma solo perché con queste strutture si illude la popolazione con discorsi di tanta sicurezza. Finito l’allarme si uscirà trovando tutto distrutto e, in caso di guerra atomica, tutto radioattivo. Cosa faremo? Aspetteremo il ritorno dal Canada del Consiglio federale e dei rappresentanti dei consigli d’amministrazione delle grosse industrie e delle grandi banche?
Perché penso che sappiate che, in caso di guerra atomica, tutti questi signori se ne andrebbero in Canada, lasciandoci nei nostri parallelepipedi di cemento armato.
Non sono contrario ad una vera protezione civile, che serva in particolar modo solo ad attuare e ad intensificare i soccorsi in caso di catastrofe sul territorio nazionale, in tempo di pace, come recita la legge nel suo terzo scopo.
Questo è il solo, vero scopo di una struttura che deve essere legata alla nuova realtà sociopolitica europea e non basata su una filosofia vecchia di 26 anni (legge del 1962) fondata a sua volta sulla guerra (siamo protetti, allora siamo forti, non abbiamo paura di nessuno, né del nucleare, né di altre armi). Dobbiamo perciò passare a una filosofia di pace trasformando questa struttura paramilitare in una vera struttura civile per casi di catastrofi, dai costi molto contenuti e con esperti di soccorso.
Spero che in quest’anno di discussioni sull’esercito ci sia stata una riflessione comune sui soldi e sulle energie sprecate per scopi militari e perciò spero ci sia qualche gran consigliere in più che rifiuti questi crediti per strutture, che, oltre a quanto già detto, mettono talvolta in difficoltà finanziarie i piccoli comuni.

Bill Arigoni

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