2007 STIPENDIO MINIMO GARANTITO – iniziative del 1988 e del 1990!

Intervento in Gran Consiglio durante la seduta del 20 marzo 2007 a proposito de:

INIZIATIVA PARLAMENTARE DELL’8 FEBBRAIO 1988 (!!) PRESENTATA NELLA FORMA GENERICA DA CRISTIANA STORELLI E CARLA AGUSTONI (RIPRESA DA WERNER CAROBBIO) PER L’INTRODUZIONE NELLA LEGISLAZIONE CANTONALE DELL’ISTITUZIONE DI SALARIO MINIMO GARANTITO

INIZIATIVA PARLAMENTARE DEL 5 NOVEMBRE 1990 (!!) PRESENTATA NELLA FORMA GENERICA DA GIUSEPPE (BILL) ARIGONI PER FISSARE NELLA LEGGE CANTONALE DEL LAVORO IL PRINCIPIO CHE QUALUNQUE RETRIBUZIONE MENSILE NON DEVE ESSERE INFERIORE AI CONTRIBUTI DELLA LEGGE SULL’ASSISTENZA SOCIALE

 

Malgrado siano passati 17 anni da quando inoltrai quest’iniziativa, non è difficile ritrovare le motivazioni che mi avevano spinto a presentarla: chiedeva la corresponsione di un salario minimo per tutti. Già l’iniziativa di Storelli e di Agustoni, presentata ormai quasi 20 anni fa, sottolineava il bisogno di un salario minimo garantito, visto che dagli studi sulla povertà, condotti in quegli anni, risultava che in numerosi Paesi europei, così come nel nostro Cantone, le cause dell’aumento della povertà erano da ricercare nel percepimento di un reddito insufficiente per la gestione delle famiglie. Se nel 1999 questa richiesta sembrava più che corretta, perché serviva a dare a tutti almeno un minimo di dignità, altrettanto lo è oggi, perché con un Ticino cambiato sotto gli effetti della globalizzazione è ancora molto attuale, considerata la precaria situazione in cui versa una buona parte della popolazione ticinese.

Il mondo del lavoro e la società hanno subito dei cambiamenti dal 1990 che hanno creato un aumento del numero di poveri. Nel 2003 la percentuale dei lavoratori poveri in Ticino era del 12.6%, mentre in Romandia dell’8.9% e del 6.6% nella Svizzera tedesca. Se poi si analizza più in dettaglio la situazione delle donne, il quadro appare ancora più allarmante: dagli ultimi dati risulta che il 63% delle donne che in Ticino lavorano a tempo pieno guadagnano meno di fr. 4’000.-, ben il 32% di queste ottengono un salario inferiore a fr. 3’000.-, mentre tra le donne che lavorano a tempo parziale, il 78.4% (quattro su cinque) percepisce un salario inferiore a fr. 3’000.- e per il 48.3% (circa metà delle donne ticinesi) si attesta a circa fr. 2’000.- mensili. È chiaro che se paragoniamo queste cifre al discorso di poc’anzi delle donne messicane parrebbero alte, ma in Ticino coloro che percepiscono un simile salario vivono in povertà − se solo il canone di locazione si attesta tra i fr. 1’300/1’500.- mensili…

Un ticinese su tre ha bisogno del sostegno finanziario, per un totale di circa 100’000 persone (97’400 nel 2005). I salari ticinesi sono i più bassi di tutta la Svizzera: dall’ultima pubblicazione dell’Ufficio federale di statistica (UST) risulta che a sud delle Alpi il salario mensile lordo (nel 2004) in media è stato di fr. 4’823.-, mentre a livello nazionale è stato di fr. 5’548.- (quasi 1’000 franchi in più). I salari percepiti dalla popolazione degli altri Cantoni svizzeri sono dunque sempre superiori ai nostri. Oltretutto non è più vero che il costo della vita in Ticino è più basso che nel resto del Paese: Lugano è censita tra le cinque città svizzere più care. È vero che la media dei canoni di locazione, essendo del 10%, in Ticino è la più bassa rispetto al resto del Paese, ma è pur vero che il reddito medio è più basso del 30%, e non scordiamoci gli altri costi che sopportano le persone come il premio di cassa malati, tasse, spese per l’alimentazione, ecc. paragonabili a quelle degli altri Cantoni.

Come può un giovane crearsi una famiglia o semplicemente uscire da quella di origine? Questa situazione di difficoltà finanziarie e di precarietà del posto di lavoro crea insicurezza e malessere, che si ripercuotono sulla salute, quindi sui costi della cassa malati, sull’aumento del numero degli ammalati e degli invalidi psichici. In Ticino ci sono circa 15’000 persone che beneficiano della Assicurazione invalidità (AI): oltre il 41% chiede di poterne beneficiare a causa di motivi psichici, che presentano una crescita doppia rispetto ad altri fattori invalidanti. Questo indica che la gente non è contenta, al di fuori delle cifre che segnalano uno sviluppo. Lasciare tutto in mano alla contrattazione significa non preoccuparsi dei più deboli, che non hanno la copertura data da un contratto collettivo, molti dei quali occupando posti di lavoro frammentati in piccole unità. Queste persone, oltre a “pagare” (ricevendo salari bassi) adesso la loro precarietà, la pagheranno anche quando andranno in pensione; costi che ricadono, inevitabilmente, sulle spalle del pubblico, che giustamente deve aiutarle.

Vi invito, per i motivi che ho esposto, ad accogliere le conclusioni del rapporto di minoranza affinché venga accettato il principio del salario minimo garantito, con il quale i datori di lavoro non potrebbero più speculare e sfruttare i lavoratori non fornendogli una remunerazione perlomeno decente, dando a tutti la stessa dignità e le stesse chances nella vita perché questa è la democrazia − non significa che tutti diventeranno ricchi, e lo sottolineo perché questo è il sogno che si vuol far passare, nonostante la maggioranza della popolazione viva la propria vita in povertà.

GIUSEPPE BILL ARIGONI – Partito Socialista

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